LE INTERVISTE DI QUALITIAMO: GIOVANNI COMMODARO
Errori da centomila euro, procedure secondo Italia, Ucraina e Stati Uniti, AI al guinzaglio e una ISO 9001:2026 che nasce machine-readable: dodici domande a chi la qualità la implementa da una vita
In sintesi
- Il metodo di Giovanni Commodaro nasce da due errori: troppe procedure introdotte in fretta e senza coinvolgere chi avrebbe dovuto usarle. Da lì il motto «chi fa cosa, come e quando?»
- Si parla di tre paesi e di tre reazioni davanti a una procedura: l'italiano dice «nella pratica facciamo diversamente», l'ucraino accetta le regole quando ne vede i risultati, l'americano vuole una procedura chiara, applicabile e utile a definire le responsabilità.
- Una modifica registrata correttamente nel sistema ma non recepita dagli acquisti è costata più di centomila euro: la tracciabilità senza automatismi che la trasformino in azione non basta.
- L'AI va tenuta «al guinzaglio»: la non conformità appartiene al processo aziendale in cui è inserita, e le sue prestazioni si verificano come quelle di una macchina utensile.
- Se la certificazione sparisse domani resterebbero in piedi solo i sistemi costruiti per risolvere problemi reali. E dalla norma toglierebbe una cosa sola: il formalismo documentale.
«Chi è il colpevole?». È la prima domanda che si sentì rivolgere Giovanni Commodaro quando, in una grande azienda italiana con oltre mille dipendenti, andò dal responsabile generale per segnalargli che un errore sul materiale di un intero impianto, già individuato e già corretto nel sistema, era comunque finito in un ordine di acquisto sbagliato. Il conto, alla fine, superò abbondantemente i centomila euro. La sua risposta a quella domanda la leggerete più avanti, e da sola vale il tempo che dedicherete alla lettura di questa intervista.
Commodaro, ingegnere, è un imprenditore e professionista della progettazione meccanica. Ha diretto stabilimenti, standardizzato flussi tecnico-produttivi e implementato sistemi qualità ISO 9001 in tre paesi molto diversi tra loro: l'Italia, l'Ucraina e gli Stati Uniti. Oggi vive in Florida, dove sta sviluppando Mech Works Design Engineering, la sua azienda di progettazione meccanica. Sul numero 2/2026 della rivista "Qualità" di AICQ, ha pubblicato un articolo che propone di leggere la ISO 9001 non come un fascicolo da esibire all'auditor ma come il "sistema operativo" delle PMI manifatturiere, documentando tra l'altro un caso di riduzione del costo di commessa nell'ordine del 40% ottenuto con la misurazione delle ore per fasi lavorative.
Noi siamo partiti da lì, ma per parlare degli errori e dei fallimenti da cui è nato il metodo dell'imprenditore, e siamo arrivati a toccare argomenti molto interessanti come, ad esempio, imparare a dire di no al titolare che pretende la modifica "al volo", chi paga quando a sbagliare è un assistente virtuale aziendale e che cosa cancellerebbe dalla norma se potesse togliere una cosa soltanto.
Gli errori che costruiscono un metodo
Nell'articolo che ha scritto c'è un numero che fa notizia: meno 40% sul costo di commessa. Dietro ogni caso di successo pubblicato, però, ce n'è almeno uno che non ha dato i risultati sperati ma che ha insegnato molto. Ci racconti il suo:
All'inizio, quando cominciai a occuparmi di qualità e il mio metodo doveva ancora essere costruito, commisi due errori durante un processo di implementazione.
Il primo fu voler introdurre troppe cose contemporaneamente. C'era molta voglia di arrivare rapidamente al risultato, ma alcune procedure vennero costruite troppo in fretta e soprattutto da chi dirigeva il processo, senza coinvolgere abbastanza le persone che quelle attività le svolgevano ogni giorno.
Sulla carta erano corrette, ma nella pratica si scontravano con la realtà operativa. Ed è qui che emerse il secondo errore: non aver coinvolto fin dall'inizio le maestranze.
Quando me ne resi conto, feci un passo indietro e ripartii. Coinvolsi direttamente il personale interessato e, per ogni procedura e allegato, lasciai il tempo necessario per comprenderli, testarli e adattarli alla realtà aziendale, senza perdere di vista il loro scopo. Allo stesso tempo, anche il modo di lavorare veniva corretto per raggiungere quello stesso obiettivo.
Fu un lavoro in simbiosi tra sistema e persone.
È proprio da quell'esperienza che nacque il mio motto: "Chi fa cosa, come e quando?". Erano le domande che mi ponevo continuamente mentre scrivevo il manuale e le procedure.
Ed è da qui che nacque progressivamente il mio metodo: considerare la ISO 9001 come un vero sistema operativo aziendale, capace di collegare concretamente persone, responsabilità, attività e tempi.
Ripartire da capo fu per me un fallimento iniziale, ma anche la scelta giusta. Mi insegnò che una procedura non si impone: si costruisce con chi dovrà applicarla.
Una procedura non si impone: si costruisce con chi dovrà applicarla.
Giovanni Commodaro
C'è stato un momento, in Italia, in Ucraina o in Florida, in cui ha pensato che il suo metodo fosse sbagliato? Non difficile da applicare: proprio sbagliato.
Sinceramente no, anche perché quando commisi i primi errori, di cui ho parlato prima, il metodo non esisteva ancora: è nato proprio da quegli errori. Da allora, ogni volta che l'ho applicato senza estremizzarlo, ha funzionato, perché non impone nulla dall'alto: parte da come l'azienda lavora davvero, e si corregge sulla base di riscontri concreti, non di ipotesi.
Tre paesi, tre modi di guardare una procedura
Lei ha implementato sistemi qualità in tre Paesi molto diversi. Se dovesse descrivere come ciascuno di questi tre mondi guarda un documento della qualità, cosa direbbe? Sembra la famosa barzelletta ma cosa fanno l'italiano, l'ucraino e l'americano davanti a una procedura?
La differenza, più che nella qualità delle persone, l'ho vista nel rapporto con la procedura.
In Italia spesso la prima reazione è: Sì, ma nella pratica facciamo diversamente. C'è molta esperienza e capacità di adattamento, ma anche la tendenza a considerare la procedura come qualcosa di separato dal lavoro reale.
In Ucraina ho trovato una realtà che, per certi aspetti, immagino simile all'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, quelli del boom economico: molto dinamica, poco strutturata e quasi da "Far West". Tuttavia, quando si spiegavano bene le motivazioni e si rendevano visibili i risultati, le nuove regole venivano comprese e accettate. La difficoltà maggiore era mantenere continuità e disciplina nell'applicazione quotidiana, soprattutto in contesti in rapida evoluzione.
Negli Stati Uniti, invece, la procedura viene generalmente vista in modo molto concreto: se esiste, deve essere chiara, applicabile e utile anche a definire responsabilità e limiti. C'è meno tolleranza per le zone grigie, ma anche il rischio di formalizzare troppo e di limitare, o comunque reprimere, la creatività.
Naturalmente sono generalizzazioni basate sulla mia esperienza, non giudizi assoluti. Alla fine, in tutti e tre i Paesi, una procedura funziona solo se chi la utilizza ne comprende lo scopo. Se viene percepita come semplice carta, verrà aggirata; se risolve un problema reale, verrà utilizzata.
Se viene percepita come semplice carta, verrà aggirata; se risolve un problema reale, verrà utilizzata.
Giovanni Commodaro
Cosa dovrebbero rubare le PMI italiane alla cultura industriale americana? E cos'hanno le PMI italiane che in Florida si sognano?
Quello che le PMI italiane dovrebbero rubare alla cultura industriale americana è l'organizzazione, la chiarezza dei processi e la capacità di valorizzare e vendere quello che si fa.
Quello che invece gli americani dovrebbero rubare agli italiani è la creatività e la capacità di lavorare fuori dagli schemi.
Sono ovviamente generalizzazioni, da prendere con cautela: la realtà di ogni azienda e ogni persona è diversa.
La vera opportunità sarebbe unire le due culture: la creatività e la competenza tecnica italiana con l'organizzazione, la chiarezza e la capacità di valorizzazione americana.
Stress operativo, modifiche e come si dice di no al capo
Lei propone di misurare la qualità anche attraverso lo stress operativo: meno emergenze, meno tensione, meno telefonate concitate. Come si misura concretamente la serenità di un ambiente lavorativo? Ha mai provato a tirarne fuori un indicatore?
Le dico la verità: non ho mai trasformato lo stress operativo in un indicatore vero e proprio.
Quello che uso è l'osservazione diretta: basta entrare in un'officina o in un ufficio per cogliere i segnali. Un ambiente serio e rigoroso può comunque avere persone rilassate, disponibili, capaci di sorridere. Un ambiente tossico si riconosce negli sguardi, nel modo in cui si comunica, nella tensione che si respira.
Esistono strumenti più strutturati, come questionari anonimi, ma restano un supporto: il personale non sempre si sente libero di esporsi, anche in forma anonima.
L'effetto più concreto arriva dal sistema qualità stesso: quando procedure, responsabilità ed evidenze sono chiare, le azioni correttive funzionano davvero e gli errori non si ripetono. Diminuiscono le urgenze, diminuisce la tensione, e l'ambiente di lavoro migliora di conseguenza.
Nel suo articolo descrive la gestione delle modifiche "a telefonate": la chiamata che cambia una quota e manda in tilt produzione, acquisti e fornitori. Ci racconti la peggiore che ha vissuto: cosa è successo, quanto è costata, chi ha pagato il conto?
Il conto lo paga sempre l'azienda.
Ho collaborato con realtà industriali italiane molto importanti, anche con oltre mille dipendenti. In una di queste, durante uno degli ultimi controlli di progettazione di un impianto molto grande, individuai un errore rilevante: il materiale previsto per l'intero impianto era sbagliato.
Segnalai il problema al responsabile della progettazione meccanica, al project manager e al responsabile della divisione calcoli. La revisione venne eseguita e la modifica risultava correttamente nel sistema: fui io stesso a farla.
In seguito mi accorsi che l'ufficio acquisti aveva comunque ordinato il materiale sbagliato. La modifica, quindi, esisteva, ma il sistema non garantiva che venisse recepita da tutte le funzioni coinvolte.
Andai dal responsabile generale per avvisarlo e proporgli alcune soluzioni. La sua prima domanda fu: «Chi è il colpevole?»
Gli risposi: «L'ho chiamata per avvisarla del problema e proporle delle soluzioni. Non so chi sia il colpevole e, sinceramente, in questo momento non mi interessa.»
Il costo preciso non mi è mai stato comunicato, ma ritengo che potesse superare ampiamente i centomila euro. Fortunatamente l'errore venne individuato prima del completamento dell'impianto e alcune delle soluzioni proposte permisero di recuperare parte del materiale; altrimenti il danno sarebbe potuto essere molto più elevato.
Quel caso dimostra che affidarsi alla memoria o alla responsabilità delle singole persone non basta. Servono procedure chiare e automatismi semplici ma affidabili, capaci di trasformare una modifica registrata in un'azione concreta lungo tutto il processo.
Lei classifica le modifiche in non impattanti, impattanti e gravi. ma nelle PMI italiane c'è spesso il titolare che entra in ufficio tecnico e dice "è una modifica da niente, falla al volo". come si dice di no al capo, tecnicamente e diplomaticamente?
Il pesce puzza sempre dalla testa: una buona gestione comincia dai titolari. Detto questo, una modifica "al volo" non è necessariamente il problema. Se esistono procedure snelle e automatismi corretti, la si può registrare, classificare e comunicare senza rallentare il lavoro.
Quando il titolare propone o impone una modifica con cui non si è d'accordo, non gli si deve semplicemente rispondere: "Non si può fare". Bisogna spiegargli con chiarezza quali rischi comporta, quali reparti coinvolge e quando possibile, calcolarne l'impatto in termini di costi e tempi.
A quel punto, la decisione spetta a lui. L'azienda è sua e suo è il rischio imprenditoriale. Il compito del tecnico non è sostituirsi al titolare, ma metterlo nelle condizioni di decidere consapevolmente.
Intelligenza artificiale al guinzaglio e auditor del futuro
Lei propone di mettere l'AI "al guinzaglio": deve rispondere solo su ciò che le procedure dicono e senza inventare ma chi audita l'intelligenza artificiale? Se un domani un operatore segue un'indicazione sbagliata data da un assistente virtuale aziendale, di chi è la non conformità?
La non conformità appartiene al processo aziendale nel quale l'AI è stata inserita. Bisogna quindi analizzare dove il sistema ha ceduto e intervenire con un'azione correttiva, esattamente come si farebbe con un macchinario che non offre le prestazioni attese: si individua la causa, si corregge il problema, si verifica il funzionamento e si mantiene il controllo nel tempo.
Per questo dico che l'AI va tenuta "al guinzaglio". Più che auditarla in senso tradizionale, bisogna verificarne e mantenerne le prestazioni: per una macchina utensile si controllano tolleranze e velocità, per un sistema AI si controllano la correttezza delle risposte e l'affidabilità delle attività eseguite.
Chi la controlla dipende da come è stato strutturato il sistema: se l'azienda ha costruito e gestisce internamente le regole e i dati su cui l'AI risponde, la responsabilità resta sua; se invece l'AI è parte di un servizio fornito da terzi, il controllo delle prestazioni deve essere condiviso tra azienda e fornitore, con responsabilità definite fin dal contratto.
Oggi mi sto occupando direttamente anche di questo. Stiamo progettando sistemi AI per le aziende e il lavoro principale riguarda proprio l'affidabilità delle risposte e o dei task compiuti, la protezione dei dati e la ricerca di un equilibrio tra prestazioni e costi dell'infrastruttura.
Nelle fasi iniziali cautela e verifica restano fondamentali. Solo quando il sistema ha prodotto evidenze sufficienti si può ridurre il controllo manuale, mantenendo comunque verifiche periodiche.
La ISO 9001:2026 nasce machine-readable. Proviamo a spingere il ragionamento fino in fondo: tra dieci anni l'auditor sarà ancora una persona che sfoglia evidenze o sarà un algoritmo che interroga il sistema in tempo reale? E cosa resterebbe, di umano, nel mestiere?
Prima di tutto, è utile spiegare brevemente il termine "machine-readable", perché non tutti sono tenuti a conoscerne il significato. Significa che il contenuto della norma non è pensato soltanto per essere letto da una persona, ma è strutturato in modo che anche un software possa riconoscerne e interpretarne i requisiti.
Detto questo, nei prossimi dieci anni il mondo del lavoro cambierà molto ed è difficile prevedere con precisione quale sarà l'equilibrio tra persone e sistemi automatici. Sicuramente una parte crescente dell'audit documentale potrà essere svolta da algoritmi in tempo reale. Se procedure, revisioni, autorizzazioni, registrazioni e indicatori saranno leggibili dalle macchine, il sistema potrà segnalare anomalie, incoerenze, documenti scaduti o attività non conformi mentre accadono.
La parte umana probabilmente si sposterà sempre più verso l'interpretazione, il contesto e la valutazione delle conseguenze. Non si tratterà tanto di controllare se un documento esiste, quanto di capire se il sistema sta realmente funzionando e aiutando l'azienda a migliorare.
Credo quindi che l'auditor del futuro sarà meno un verificatore di carte e più un interprete del sistema: non passerà più la maggior parte del tempo a cercare evidenze, perché le avrà già davanti. Quanto di questo ruolo resterà umano dipenderà dall'evoluzione dell'intelligenza artificiale, ma fare previsioni troppo nette oggi sarebbe poco serio.
Il suo modello distribuisce, giustamente, la qualità dentro le attività dell'ufficio tecnico, della produzione, degli acquisti, ecc. Se tutto funziona davvero, il responsabile qualità come figura separata diventa superfluo?
Quando il sistema è ben rodato, il responsabile qualità non deve più essere la persona che "fa la qualità".
Nelle aziende più piccole può assumere anche altri ruoli; nelle realtà più grandi o complesse può restare una figura dedicata. In entrambi i casi, però, deve controllare, coordinare e migliorare il sistema, non sostituirsi ai reparti.
Un sistema qualità maturo deve funzionare nelle attività quotidiane dell'azienda. Se tutto dipende costantemente dal responsabile qualità, allora il sistema non è davvero integrato.
Due domande secche per chiudere
Se domani la certificazione ISO 9001 sparisse dal mondo, secondo lei quante delle aziende che ha conosciuto continuerebbero a fare esattamente quello che fanno oggi?
Le aziende con cui ho collaborato e che hanno fatto proprio il sistema che utilizzo continuerebbero molto probabilmente ad applicarlo, perché è realmente utile e risolve problemi concreti. Chi, invece, ha costruito tutto soltanto per ottenere il certificato, probabilmente abbandonerebbe il sistema il giorno stesso.
Per fare un esempio, ho introdotto molti principi della qualità anche in aziende con cui collaboravo senza presentarli come "ISO 9001". In alcuni casi utilizzano già procedure, raccolgono i tempi, analizzano le cause dei problemi e modificano il modo di lavorare e le procedure per evitare che si ripetano. Probabilmente potrebbero arrivare alla certificazione con uno sforzo molto limitato, perché le procedure esistono già e sono realmente collegate al lavoro quotidiano. Dovrebbero soprattutto organizzare le evidenze, verificare gli eventuali requisiti mancanti e affrontare l'audit.
Questa, per me, è qualità applicata, anche quando chi la usa non la chiama qualità.
Se potesse togliere una cosa sola dalla ISO 9001, cosa cancellerebbe?
Toglierei il formalismo documentale: non i documenti utili, ma quelli creati soltanto per dimostrare la conformità durante un audit. Non è una regola scritta, ma una consuetudine ancora presente in molte realtà.
Una procedura deve chiarire chi fa cosa, come e quando e migliorare il lavoro reale. Se serve soltanto a riempire un archivio, non è qualità: è burocrazia.
Chi è Giovanni Commodaro
Giovanni Commodaro è imprenditore e professionista della progettazione meccanica, con esperienza nella direzione di stabilimento, nella standardizzazione dei flussi tecnico-produttivi e nell'implementazione di sistemi qualità ISO 9001 maturata in contesti internazionali, tra Italia, Ucraina e Stati Uniti. Attualmente vive in Florida, dove sta sviluppando Mech Works Design Engineering, la sua azienda di progettazione meccanica, e si occupa anche di progettazione di sistemi AI per le aziende.
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