COME RIUSCIAMO A NON ESSERE FELICI
NEL NOSTRO AMBIENTE DI LAVORO

Avete mai pensato che spesso siete proprio voi a sabotare la
felicità che potreste provare al lavoro? Recentemente HBR
ha trattato l'argomento e ci è sembrato interessante
riproporvi le loro riflessioni

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Recentemente la rivista Harvard Business Review ha pubblicato un articolo interessante sul tema delle persone scontente professionalmente, quei colleghi - per intenderci - che non perdono l'occasione per criticare il gruppo dirigente che ritengono completamente disconnesso dal lavoro quotidiano, che non sopportano i collaboratori, che non sono mai d'accordo sulle decisioni del management, che non condividono la strategia dell'azienda e che ritengono che nella loro realtà manchi completamente una vision da parte dei cosiddetti leader.

Queste persone spesso sanno benissimo che potrebbero fare la differenza se solo riuscissero ad essere un po' più felici e serene quando la mattina si recano a lavorare ma ritengono di avere troppe cose da fare per soffermarsi su questioni banali come questa perché ciò che conta davvero è raggiungere gli obiettivi che sono stati loro dati.

Chi non ha mai avuto un collega che ha ammesso che stress e infelicità professionale stavano seriamente influenzando i suoi rapporti di lavoro, quelli con la sua famiglia e la sua stessa salute?
Queste persone, del resto, non rappresentano delle eccezioni se solo negli Stati Uniti ben i due terzi degli impiegati si dichiarano annoiati, non coinvolti, stanchi e addirittura pronti a sabotare piani, progetti e addirittura colleghi.

La domanda che si fa la rivista, a questo punto, è come mai tante persone accettino passivamente e senza combattere di essere infelici quando lavorano, di aumentare pericolosamente il loro livello di stress, di non provare la minima soddisfazione per ciò che fanno e di sviluppare un malessere cronico che, un po' per volta, si trasferisce dalle otto ore di lavoro quotidiane alle restanti sedici.
In realtà sono diversi i fattori che spiegano questa sorta di malessere e la sua accettazione passiva. "The American Psychological Association" ha intuito, ad esempio, che le persone sono sempre più stressate e meno felici a causa della mancanza di fiducia nel mondo della politica, della velocità di cambiamento che caratterizza ormai quasi tutti gli ambienti di lavoro e della generale incertezza che vediamo ovunque nel mondo. Non sono, però, sempre e solo le forze esterne a spingerci verso l'infelicità. A volte siamo noi che riusciamo a sabotarla con le nostre mani cadendo in quelle che gli psicologi definiscono "trappole della felicità" che altro non sono che atteggiamenti e modi di pensare distruttivi che ci tengono bloccati, ci rendono infelici e, alla fine, ci fanno ottenere un successo professionale inferiore a quello che potremmo raggiungere.
In particolare, sono tre le trappole della felicità più comuni:

  • l'ambizione
  • fare ciò che ci si aspetta da noi
  • lavorare troppo

tutti atteggiamenti che ci fanno sembrare estremamente produttivi in superficie ma che, in realtà, sono estremamente dannosi se portati all'estremo.

L'ambizione

L'ambizione professionale è quella spinta che ci sprona a fare del nostro meglio per raggiungere gli obiettivi e per migliorare le nostre carriere. Una cosa estremamente positiva che, però, si trasforma in una vera e propria trappola quando l'ambizione è accompagnata da una competitività estrema che ci consente solamente di concentrarci sull'essere migliori di tutti gli altri.

Chi è reso troppo competitivo dalla sua immensa ambizione tende a diventare cieco e sordo davanti all'impatto che le sue azioni hanno su di lui e sugli altri, fino a rovinare completamente le relazioni con i colleghi e a mettere in pericolo lo spirito di collaborazione che ci deve sempre essere in un ambiente di lavoro sereno.

Del resto, quando si inizia a inseguire gli obiettivi solo per il gusto di centrarli, anche il lavoro inizia a perdere il suo vero significato.
Chi vuole sempre e comunque essere il numero uno non si dà pace fino a quando non vede tutti gli altri ridotti a dei numeri due. Per queste persone gli obiettivi del team diventano una priorità solo quando servono al loro scopo ed è normale che godano di una pessima reputazione nell'ambiente di lavoro.

Non c'è niente di intrinsecamente sbagliato nell'essere ambiziosi. A volte è proprio l'ambizione che porta le persone a cercare di superare i loro limiti ma una collaborazione efficace tra colleghi e con i responsabili è un prerequisito per il successo a lungo termine, soprattutto nelle organizzazioni più complesse.

Se i colleghi non si fidano di voi e non vi aiutano, il successo che avrete ottenuto all'inizio non durerà nel tempo e vi condannerà a una grande infelicità professionale.

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(Seconda parte)

PER SAPERNE DI PIU':

Il principio di Pareto applicato alle persone


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