COME RIUSCIAMO A NON ESSERE FELICI
NEL NOSTRO AMBIENTE DI LAVORO - 2

Avete mai pensato che spesso siete proprio voi a sabotare la
felicità che potreste provare al lavoro? Recentemente HBR
ha trattato l'argomento e ci è sembrato interessante
riproporvi le loro riflessioni

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(Prima parte)

Fare tutto ciò che gli altri si aspettano da noi

La seconda trappola della felicità che ci può rendere veramente difficile lavorare serenamente è fare ciò che pensiamo di dover fare invece di ciò che vogliamo davvero. È vero, alcune cose vanno fatte anche se non ci piacciono perché sono imprescindibili ma continuare a fare qualcosa che ostacola il nostro potenziale e soffoca i nostri sogni potrebbe non essere la scelta giusta.

Per avere successo, in molti luoghi di lavoro le persone devono conformarsi nell'immagine esteriore e nel modo di parlare, sono forzate ad avere relazioni di amicizia con alcuni e non con altri e, talvolta, subiscono anche pressioni su come avere unaa vita al di fuori dell'ufficio. Tutto questo avviene perché ogni Paese e ogni cultura ha ben radicata un'idea precisa di come si comporti chi "dovrebbe" guidare gli altri e chi "dovrebbe", invece, limitarsi a seguire un altro che lo guida. Tali regole spesso non sono nemmeno formalizzate ma vengono imposte dall'ambiente stesso e ci costringono a pagare un pedaggio personale molto oneroso quando sentiamo di dover nascondere chi siamo veramente per fingere di essere qualcuno che non siamo e che non vogliamo diventare.

Sono moltissime le persone che si sentono in qualche modo costrette a "coprire" la loro vera natura per adattarsi all'ambiente e che ritengono di dover nascondere o minimizzare idee, orientamenti, credo o altri aspetti della loro identità e personalità. Ci sono individui che arrivano addirittura a nascondere tutto ciò che potrebbe farli sembrare deboli o vulnerabili perché ritengono che l'immagine di sé che dovrebbero offrire sia quella di una persona forte e determinata per otto ore al giorno, tutti i giorni, di tutte le settimane, di ogni anno.

C'è poi il caso di chi accetta un lavoro anche se sente di non essere adatto a svolgerlo, semplicemente perché teme di deludere chi si aspetta che lo accetti e si costringe, così, ad essere completamente disconnesso da ciò che fa per otto ore al giorno e non gli dà nemmeno una piccola gioia.

Vivere in questa sorta di clandestinità, però, rende tutti infelici: chi fa ciò che non vorrebbe e chi vive al suo fianco.

L'unico modo di uscirne è capire quali sono le forzature alle quali siamo sottoposti e quanto ci costi sopportarle. La presa di coscienza è il primo passo per iniziare a cercare qualcosa che ci rispecchi davvero e ci permetta di lavorare in modo più sereno.

Lavorare troppo

Come molti di voi sanno, oggi a livello professionale si chiede alle persone sempre di più e alcuni reagiscono a queste richieste spendendo ogni momento e ogni energia sul posto di lavoro e continuando a pensare al lavoro nelle poche ore che riescono a trascorrere a casa.
Come potete facilmente intuire, però, non avere mai tempo per gli amici, per fare un po' di esercizio fisico, per mangiare con calma, per chiacchierare con i nostri cari o per riposare, alla lunga non può che logorarci, eppure questo tipo di comportamento è molto più diffuso di quanto si pensi. Chi, ad esempio, non è mai andato a lavorare anche quando era febbricitante (non riuscendo, tra l'altro, a concludere niente durante l'intera giornata lavorativa)?

Il superlavoro ci risucchia in una spirale negativa, non ci permette di approfondire i rapporti con colleghi e superiori né di metterci nei loro panni per capire perché si comportino in un certo modo e trovare un modo per facilitare la collaborazione. In più, lavorare troppo provoca un forte stress e, quando lo stress aumenta, il nostro cervello rallenta e ci fa diventare meno creativi, meno reattivi e, in generale, meno capaci di fare le cose giuste.

Lavorare moltissimo è un'idea che seduce tante persone perché gli straordinari sono ancora molto apprezzati dalle aziende e perché troppi responsabili credono, erroneamente, che chi passa in azienda la maggior parte della giornata sia migliore di chi sfrutta al meglio le canoniche otto ore. Inoltre, l'ossessione per il lavoro può derivare dai nostri demoni interiori perché si nutre delle nostre insicurezze, del nostro senso di colpa quando vediamo gli altri che si fermano in ufficio quando noi stiamo andando a casa oppure ci aiuta a credere che, stando tante ore sul posto di lavoro, compenseremo eventuali mancanze personali o professionali.
Molte persone che trascorrono la loro vita in ufficio credono addirittura che lavorare di più allevierà lo stress che provano perché basterà arrivare alla fine di un certo progetto, finire di scrivere un report o riuscire a leggere tutte le e-mail che si sono accumulate per poter finalmente tirare un bel sospiro di sollievo. Peccato, però, che questo momento non arrivi mai e che, a un certo punto, si inizi a percepire la sensazione di essere completamente fuori controllo e a commettere errori, a non rispettare le scadenze, a dimenticare di rispondere alle e-mail importanti e così via.

Il superlavoro mascherato da diligenza fa, purtroppo, parte di ciò che aziende più piatte, più snelle e mercati ultracompetitivi ci richiedono di continuo. Per assurdo, con l'avanzare della tecnologia ci troviamo ogni giorno a svolgere attività che prima venivano svolte da altri o a lavorare con diversi fusi orari e con il lavoro che richiede continuamente la nostra attenzione grazie ai dispositivi che teniamo in tasca o sul comodino. E' tutto più complicato e ritrovarsi infelici è facile se non si sa come porre rimedio a tutto questo.

(L'articolo continua sotto al box in cui ti segnaliamo che alla collana di libri QualitiAmo si è aggiunto un nuovo titolo).

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(Vai all'articolo che descrive il nuovo libro)

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(Vai all'articolo che descrive il primo libro)

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In calce all'articolo riporteremo quotidianamente un aggiornamento sulla futura norma)

(Terza parte)

PER SAPERNE DI PIU':

Il principio di Pareto applicato alle persone


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